La reazione del Coordinamento di Comitati, Associazioni e Blog
che hanno sottoscritto il seguente
Comunicato Stampa
IL CAVALLO DI
TROIA DEL SIN
Lo studio appena pubblicato da
ARPA Lazio sulla presenza di metalli e metalloidi nei suoli interni ed esterni
al SIN "Bacino del fiume Sacco" sta circolando in questi giorni come
se fosse una rivelazione. Non lo è ed è necessario fare chiarezza.
LO STUDIO È PARZIALMENTE
CORRETTO, MA DELIBERATAMENTE INCOMPLETO
È vero che certi metalli e
metalloidi, come arsenico, berillio, cobalto, tallio e vanadio, possono avere
origine geogenica, cioè naturale, legata all'assetto geologico del territorio.
Il fenomeno è noto e documentato: basti pensare all'arsenico di origine
vulcanica nei Castelli Romani, che contamina le falde per via endogena,
indipendentemente da qualsiasi attività industriale. Dunque affermare che i
valori di questi metalli siano comparabili dentro e fuori il perimetro del SIN
non è in sé una bugia. È però una verità selezionata, e quindi fuorviante,
perché risponde ad una domanda che non è quella giusta.
LA METODOLOGIA DELLO STUDIO
NON RISPONDE ALLA DOMANDA GIUSTA
Lo studio ARPA si è concentrato
esclusivamente sui metalli e metalloidi, cercando valori di fondo naturale. È
un obiettivo legittimo, utile ai fini amministrativi per semplificare certi
procedimenti di bonifica. Ma non è la fotografia dell'inquinamento del SIN. Uno
studio che confronta la presenza di cobalto dentro e fuori il perimetro e
conclude che non ci sono differenze sostanziali non dice nulla sulla presenza
di beta-HCH, di solventi clorurati, di IPA o delle altre sostanze che
caratterizzano la contaminazione industriale storica di questa Valle.
IL VERO PROBLEMA DELLA VALLE
DEL SACCO NON SONO I METALLI
Il SIN Valle del Sacco è stato
istituito a seguito di una crisi sanitaria e ambientale che aveva al centro
tutt'altro: gli organoclorurati persistenti, e in particolare il
beta-esaclorocicloesano (beta-HCH), sottoprodotto della lavorazione del
lindano, prodotto per decenni nell'area di Colleferro dalla BPD/Caffaro. Nel
2005 vennero rilevati livelli di beta-HCH nel latte crudo di aziende bovine
locali fino a 20 volte superiori ai limiti di legge. Successive campagne di
biomonitoraggio umano documentarono la contaminazione in oltre il 50% dei
residenti campionati. La IARC ha classificato il lindano come cancerogeno per
l'uomo (gruppo 1), con evidenza sufficiente per il linfoma non-Hodgkin.
E il beta-HCH non è nemmeno
l'unico problema.
Il punto cruciale è la
pluritropicità degli inquinanti della Valle del Sacco. Non si tratta di un
singolo agente, come a Seveso con la diossina o a Casale Monferrato con
l'amianto. Qui convivono organoclorurati persistenti (HCH, DDT e relativi
metaboliti), metalli pesanti di origine industriale, amianto, fitofarmaci e
inquinanti atmosferici da traffico e impianti. Ogni matrice ambientale, suolo,
acque superficiali, acque sotterranee, aria, porta tracce di contaminazioni
diverse e sovrapposte, accumulate in tempi diversi, da fonti diverse. È questa
stratificazione, non la singola sostanza, a rendere la Valle del Sacco un caso
ambientale fuori scala rispetto ai modelli più noti di disastro industriale
italiano.
Una contaminazione così complessa
non può essere ridotta alla sola misurazione dei metalli nel suolo, come se
bastasse quel dato a fotografare l'intero fenomeno.
LA RIPERIMETRAZIONE DEL SIN
NON PUÒ BASARSI SU DATI PARZIALI
Nel 2019 Regione Lazio e Ministero dell'Ambiente hanno
sottoscritto un Accordo di Programma, che ha definito un cronoprogramma di 11
interventi urgenti nel SIN, riguardanti la bonifica delle aree contaminate, la
messa in sicurezza dei siti industriali dismessi e il monitoraggio delle acque.
Quel cronoprogramma è stato attuato? In quale percentuale? Con quali risultati
verificabili?
Domande a cui dovrebbe rispondere
la Regione, individuata quale Responsabile unico dell'attuazione (RUA). Lo
stesso Accordo, all'art. 7, attribuisce al Comitato di indirizzo e controllo il
compito di «presiedere e coordinare l'intero processo di attuazione di tutti
gli interventi previsti». Prevede, inoltre che per assicurare la massima
partecipazione delle amministrazioni locali e degli stakeholder, il Comitato
convochi un'apposita seduta per comunicare gli esiti delle valutazioni
effettuate. La convocazione di un incontro separato a Frosinone, al di fuori di
questa sede istituzionale, costituisce un grave atto politico e un evidente
vulnus istituzionale: esautora il Comitato dalle funzioni che gli sono
attribuite, ne svilisce il ruolo e riduce gli spazi di partecipazione del
territorio.
Le analisi richieste dalla
Regione e condotte da ARPA, con il contributo dei vari enti coinvolti, sulla
determinazione dei valori di fondo naturale di metalli e metalloidi nei suoli
vengono oggi richiamate a sostegno dell'ipotesi di riperimetrazione del SIN,
che interessa circa 72 km² di territorio, con la prospettiva di sottrarre
alcune di quelle aree alle tutele previste.
Il dibattito sulla
riperimetrazione del SIN – agitato ciclicamente sia dal centrodestra che dal
centrosinistra come leva politica – non può ridursi a questa sola evidenza, né
attribuirle un valore determinante in assenza di una valutazione complessiva della
contaminazione della Valle del Sacco.
Una decisione di tale portata non
può fondarsi su un quadro conoscitivo parziale, né essere assunta senza il
pieno coinvolgimento delle comunità che da oltre vent'anni pagano il prezzo
della contaminazione: la malattia, in molti casi la morte, e la distruzione di
una parte significativa dell'economia agricola e degli allevamenti della Valle
del Sacco.
Temiamo la
Regione anche quando porta doni. La Valle del Sacco non ha bisogno di altre
dichiarazioni rassicuranti. Ha bisogno che gli impegni già assunti vengano
finalmente onorati.
Il
coordinamento di:
- Comitato No
Biodigestore a Frosinone – Valle del Sacco
- Comitato
residenti Colleferro
- Cittadini
della Valle del Sacco Sgurgola – Anagni
Da qualche tempo circola sui social una preoccupazione legittima riguardo al disinfettante utilizzato nelle reti idriche: la monocloramina. Ma di cosa si tratta esattamente?
La monocloramina è un composto chimico ottenuto dalla reazione tra cloro e ammoniaca, utilizzato come disinfettante dell'acqua potabile al posto del cloro tradizionale. Rispetto a quest'ultimo, è più stabile nelle reti di distribuzione e riduce la formazione di alcuni sottoprodotti indesiderati come i trialometani. Per questo motivo alcuni gestori idrici l'hanno adottata negli ultimi anni.
Il problema non è la monocloramina in sé, ma un suo sottoprodotto: l'NDMA (N-nitrosodimetilammina). Questa sostanza, che si forma durante il processo di cloramminazione, è classificata dall'EPA americana come probabile cancerogeno per l'uomo. Gli studi scientifici più recenti, tra cui una ricerca del MIT pubblicata su Nature Communications, indicano che la finestra di vulnerabilità potrebbe essere più ampia di quanto si pensasse, con rischi maggiori nelle prime fasi della vita.
I gestori idrici hanno l'obbligo di monitorare la qualità dell'acqua distribuita. Ma i cittadini hanno il diritto di conoscere i dati.
Cosa puoi fare?
Scrivi una PEC al tuo gestore idrico e chiedi:
se viene utilizzata la monocloramina nella tua rete idrica;
le quantità impiegate e i limiti normativi applicati;
i dati di monitoraggio sull'NDMA e sugli altri sottoprodotti della cloramminazione.
Per il territorio di Frosinone il gestore è ACEA ATO 5. Per Roma, ACEA.
L'informazione è un diritto. Esercitalo.
----------------------
Il testo da personalizzare ed inviare per PEC A
segreteria.aceaato5@pec.aceaspa.it
Frosinone, lì _______________
A: ACEA ATO 5 S.p.A.
Oggetto: Richiesta di informazioni sul processo di cloramminazione dell'acqua potabile distribuita nel territorio
Spett.le ACEA ATO 5 S.p.A.,
con la presente, in qualità di cittadino attivo e curatore del blog di informazione civica Frosinone Bella e Brutta, esercitando il diritto di accesso alle informazioni ambientali ai sensi del D.Lgs. 195/2005 (recepimento della Direttiva 2003/4/CE), chiedo di conoscere:
1. se nel sistema idrico gestito da codesta società venga attualmente impiegata la monoclorammina come agente disinfettante dell'acqua potabile, in sostituzione o in aggiunta al cloro;
2. le quantità di monoclorammina impiegate nel processo di cloramminazione e i limiti normativi di riferimento applicati;
3. i dati di monitoraggio relativi alla presenza di NDMA (N-nitrosodimetilammina) nelle acque distribuite, sostanza classificata dall'EPA come probabile cancerogeno per l'uomo e riconosciuta come sottoprodotto della cloramminazione;
4. i valori limite adottati per l'NDMA e gli altri sottoprodotti azotati derivanti dal processo di cloramminazione, con indicazione della normativa o delle linee guida di riferimento.
Si chiede riscontro entro 30 giorni, come previsto dalla normativa vigente sull'accesso alle informazioni ambientali.
Distinti saluti,
------@-----
La ricevuta della mia PEC
"Lo spunto per questo post viene dal video pubblicato su Facebook che ha sollevato la questione:"
Dalle radici nel Rione Giardino di Frosinone al ritrovamento dello zio d'America e tutta la famiglia – Frosinone, 6 giugno 2026
Video con sottotitoli Inglese - Italiano
Il 6 giugno 2026, alle ore 18:00, presso
"La cantina degli indipendenti" al Rione Giardino di Frosinone,
in occasione della festa "I Fini-Fini del Rione Giardino", Luciano Bracaglia ha presentato alla sua famiglia ed al pubblico presente l'albero genealogico completo della famiglia Bracaglia, una delle famiglie storiche del Rione Giardino con radici che risalgono a oltre due secoli fa.
La serata è stata soprattutto l'occasione per annunciare una scoperta straordinaria: dopo anni di ricerche instancabili condotte tra archivi italiani e banche dati americane, Luciano Bracaglia è riuscito a ritrovare i discendenti del suo prozio
Francesco Bracaglia, (Frank Bragaglia in America),
nato a Frosinone nel 1894 ed emigrato negli Stati Uniti d'America agli inizi del Novecento.
Francesco aveva lasciato il Rione Giardino portando con sé le sue radici ciociare che per oltre un secolo, con tutti i discendenti, erano rimasti sconosciuti alla famiglia italiana.
Un ruolo fondamentale nella ricerca è stato svolto da Claude AI, il sistema di intelligenza artificiale sviluppato dalla società americana Anthropic. Grazie a questo strumento, Luciano Bracaglia ha potuto incrociare documenti storici, manifesti di navi, censimenti americani, registri di cimiteri e atti anagrafici, ricostruendo con precisione il ramo americano della famiglia. I discendenti di Francesco Bracaglia, scomparso nel 1977, vivono oggi nel New Jersey e nel South Carolina e sono già stati contattati: la pronipote Janis LaCapra Vallone, moglie dell'ex sindaco di Far Hills (NJ) Paul Vallone, ha risposto con grande emozione alla scoperta di avere parenti in Italia.
La presentazione del 6 giugno, è stata non solo un atto di memoria familiare ma anche una testimonianza concreta di come l'intelligenza artificiale, se ben utilizzata e la tenacia e caparbietà di persone come Luciano, possano restituire storia e identità a intere famiglie.
L'albero genealogico completo dei Bracaglia è stato esposto insieme ai documenti storici ritrovati, tra cui il certificato di nascita di Francesco Bracaglia e l'albero genealogico personale.
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L'articolo redatto da Il Messaggero di Frosinone
Per le foto storiche dalle ricerche e dell'evento del 6 giugno clicca qui
👇
A breve (manca un nome dall'America), pubblicherò il fascicoletto completo (quello del video di presentazione in testa alla pagina), da poter stampare.
PM10 a Frosinone: basta con la scusa dell'orografia. La scienza ha già risposto.
CNR, ARPA Lazio, Sapienza e ISPRA concordano: i picchi invernali di polveri sottili sono causati dalla combustione di biomasse per il riscaldamento. Non dalla morfologia del territorio. I dati sono pubblici. Le politiche devono cambiare.
I punti chiave — leggili, ricordali, diffondili
1
D'inverno il principale produttore di PM10 nella Valle del Sacco è il riscaldamento domestico a biomassa — non le auto, non la morfologia del territorio.
Studio ARPA Lazio + CNR + Sapienza, pubblicato su Urban Climate, 2024
2
Da marzo a novembre il PM10 scende perché si spengono le stufe, non perché la valle "respira meglio". La chimica dell'aria cambia il 1° novembre, non il tempo.
CNR-ISAC, misurazioni Black Carbon a Frosinone Scalo, 2019–2020
3
Durante il lockdown 2020 le strade erano vuote — eppure il PM10 non è calato come atteso. Perché i riscaldamenti continuavano ad ardere.
ARPA Lombardia / SNPA, Report Qualità dell'Aria e Lockdown, 2020
4
Il blocco del traffico è un provvedimento-fotografia: serve a chi amministra per "mostrare che si fa qualcosa". Non risolve nulla se la principale fonte di PM10 è il camino di casa.
Dati ISPRA: riscaldamento = 54% delle emissioni primarie di PM10 in Italia
5
Frosinone prima in Italia per sforamenti PM10 nel 2023 (70 giorni) e nel 2024. Prima anche di Milano. Prima anche della Pianura Padana. Con 44.000 abitanti.
Report Legambiente Mal'Aria 2024 — dati ARPA Lazio
Per anni ci siamo sentiti ripetere la stessa giustificazione: "Frosinone è in una conca, l'orografia della Valle del Sacco trattiene le polveri, non c'è niente da fare." È una spiegazione comoda. Scarica la responsabilità sulla geografia. Assolve chi dovrebbe governare. E non è — scientificamente — la risposta completa.
Oggi abbiamo i dati per dimostrarlo. Non opinioni, non sensazioni. Dati raccolti da CNR, ARPA Lazio, Università La Sapienza, ISPRA. Enti pubblici, italiani, che hanno studiato il problema sul campo, a Frosinone, nella Valle del Sacco, misurando molecola per molecola.
I
Lo studio che non si può ignorare
Nel settembre 2024 è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Urban Climate uno studio condotto da ARPA Lazio, CNR e Università La Sapienza specificamente sulla Valle del Sacco. In 18 mesi, 94 campioni di PM10 prelevati in 12 siti diversi, analizzati per 77 parametri chimici.
"Durante l'inverno, il riscaldamento domestico a biomassa è stata la principale sorgente di PM10, mentre in estate ha prevalso la componente legata al suolo, costituita da particelle locali e polveri minerali provenienti da regioni desertiche remote."
Il tracciante usato per identificare la provenienza del particolato è il levoglucosano, una molecola prodotta esclusivamente dalla combustione di legno. Non dalla nebbia, non dal vento di monte, non dall'asfalto. Dal fumo del camino.
II
Il CNR a Frosinone Scalo: 120 giorni di misurazioni
Già nel 2019–2020, il gruppo Aerolab del CNR-ISAC aveva installato uno strumento per la misura del Black Carbon direttamente accanto alla centralina ARPA di Frosinone Scalo. L'obiettivo: capire perché una città di 44.000 abitanti superasse i limiti più di Roma.
"Fino ai primi di novembre 2019, data ufficiale di avvio dei riscaldamenti, il Black Carbon da combustione di biomasse oscillava tra il 10 e il 25% del totale. Da metà novembre, appena terminate le piogge, almeno il 50% del PM10 è stato generato da combustione di biomasse." CNR-ISAC, Aerolab — Analisi Black Carbon Frosinone Scalo, 2020
Gli stessi ricercatori del CNR si sono posti la domanda decisiva:
"È possibile che la meteorologia cambi improvvisamente le caratteristiche del PM10, come osservato dai primi di novembre?" La risposta è no. La variazione coincide esattamente con l'accensione dei riscaldamenti, non con un cambiamento del vento o della pioggia (*)[Per lo studio su pioggia e vento scorri fino in fondo alla pagina.] 👇
50%
del PM10 invernale a Frosinoneproviene dalla combustione di biomasse — stufe, caminetti, caldaie a legna e pellet. L'orografia trattiene quello che voi stessi producete.
III
Il banco di prova del lockdown 2020
Se l'inquinamento fosse davvero causato principalmente dal traffico, il lockdown del 2020 avrebbe dovuto far crollare il PM10. Le strade erano vuote. Le fabbriche ferme. I dati dicono altro.
"Nonostante lo stop delle attività produttive e di gran parte dei trasporti, le emissioni di PM10 sono diminuite soltanto del 17%, proprio a causa di un incremento nell'utilizzo dei riscaldamenti." ARPA Lombardia — Studio qualità dell'aria durante il lockdown 2020 (confermato da SNPA)
E per Frosinone, lo stesso è stato riconosciuto pubblicamente: "Quando c'era il lockdown e le strade erano vuote dalle auto non si è registrata quella diminuzione di polveri in atmosfera come ci si aspettava, segno evidente che l'inquinamento da PM10 riguarda anche e soprattutto altri fattori come l'uso dei riscaldamenti."
IV
I dati nazionali ISPRA: il riscaldamento è il vero problema
54%
delle emissioni primarie di PM10 in Italia
proviene dal riscaldamento domestico (dati ISPRA 2020). È la prima fonte assoluta, davanti al traffico, alle industrie, all'agricoltura.
La biomassa — legna, pellet, cippato — è la componente più inquinante: produce tre volte più PM10 del metano, a parità di energia termica prodotta. Un camino aperto tradizionale emette oltre 860 mg/Nm³ di particolato. Una caldaia a metano moderna: una frazione minuscola.
Bloccare il traffico in una città dove il 54% del PM10 viene dai riscaldamenti equivale a svuotare il mare col secchiello mentre si lascia aperto il rubinetto. Le auto bloccate su una strada si riversano su quelle adiacenti. Il PM10 non diminuisce: si sposta. Gli amministratori "fanno vedere che agiscono". I cittadini continuano a respirare polveri.
Il blocco del traffico è uno strumento di comunicazione politica, non di protezione ambientale. Colpisce le famiglie meno abbienti, che hanno auto vecchie e non possono permettersi l'auto elettrica né il trasporto pubblico (spesso inesistente). Non colpisce chi riscalda casa con stufe a legna — che è legale, non è visibile, non è multabile in strada.
La vera azione richiede coraggio politico: incentivare la sostituzione delle stufe vecchie con sistemi moderni o con pompe di calore. Regolamentare l'uso del caminetto aperto in zone residenziali. Investire nel trasporto pubblico. Costruire percorsi ciclabili che alleggeriscano il traffico strutturalmente — non per un giorno di blocco simbolico.
La verità scientifica — in sintesi
L'orografia della Valle del Sacco è una condizione passiva: trattiene ciò che viene immesso. Ma ciò che viene immesso d'inverno è principalmente il fumo dei riscaldamenti a biomassa. Da marzo a novembre il PM10 cala perché le stufe si spengono, non perché la Valle "respira diversamente". Questo è dimostrato da studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, condotti sul territorio di Frosinone. Non è un'opinione. È la scienza.
Cosa chiediamo agli amministratori
Non chiediamo impossibili miracoli. Chiediamo che le politiche si basino sui dati reali e non su alibi geografici. Chiediamo che le misure adottate siano proporzionate alle cause reali, non alle fotografie da comunicato stampa.
Chiediamo che si smetta di presentare il blocco del traffico come soluzione a un problema che nasce nei camini e nelle caldaie. Chiediamo incentivi veri per la sostituzione degli impianti obsoleti. Chiediamo che la Valle del Sacco non sia più — per il terzo anno consecutivo — la più inquinata d'Italia.
I dati ci sono. Le soluzioni esistono. Manca solo la volontà politica di agire sulle cause vere, invece di gestire l'apparenza.
Fonti principali: ARPA Lazio + CNR + Università La Sapienza, Urban Climate (2024) · CNR-ISAC Aerolab, Frosinone Scalo (2020) · ISPRA, Inventario Nazionale Emissioni (2020) · SNPA, Qualità dell'Aria in Italia · Legambiente, Mal'Aria 2024
Da INEDITORIALE di Stefano Di Scanno la diretta del 6 maggio 2026 sulle PM10 a Frosinone.
[Link della diretta a fine testo]
L'intervista condotta dal Direttore Stefano Di Scanno a Luciano Bracaglia e Giorgio Minotti affronta l'emergenza cronica dell'inquinamento a Frosinone, una delle città più colpite dallo smog in Italia. Gli ospiti sfatano i miti delle soluzioni tampone, come le domeniche ecologiche, e analizzano l'impatto reale di riscaldamenti a pellet e legna, offrendo ai cittadini informazioni pratiche per difendersi e chiedendo a gran voce la trasparenza dei dati ambientali.
___
Frosinone soffoca sotto lo smog: ma le soluzioni attuali sono davvero efficaci? Stefano Di Scanno ne discute con Luciano Bracaglia e Giorgio Minotti in un'intervista shock sull'inquinamento cittadino.
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In questa analisi senza filtri, Bracaglia e Minotti sdoganano l'inefficacia delle domeniche ecologiche, spiegando come paradossalmente possano aumentare i picchi di inquinamento. Il dibattito si sposta sui killer silenziosi dell'aria: i riscaldamenti a pellet e legna, responsabili di un massiccio aumento delle polveri sottili.
I cittadini di Frosinone hanno diritto a una corretta informazione: quali sono i comportamenti da evitare? Come possiamo tutelare la nostra salute? Ma soprattutto, perché i dati sull'aria non sono esposti e accessibili a tutti in tempo reale? Un appello alle istituzioni per la trasparenza e una guida pratica per chi vive nel "cratere" dello smog frusinate.
___
00:00 Introduzione: Stefano Di Scanno e l'emergenza aria a Frosinone
00:10 Bracaglia e Minotti: Perché le domeniche ecologiche sono un paradosso
00:20 Riscaldamenti: L'impatto di pellet e legna sull'aumento dello smog
12:10 Comportamenti sbagliati: Cosa facciamo noi per peggiorare l'aria?
16:30 Difesa e Tutela: Consigli utili per i cittadini per proteggersi dallo smog
21:15 La trasparenza dei dati: Perché i monitoraggi devono essere pubblici e visibili
26:40 Politiche Fallimentari: Cosa dovrebbero fare davvero Comune e Provincia
29:40 Conclusioni: L'appello finale per una Frosinone più pulita
A completamento delle ricerche effettuate sulle PM10 a Frosinone, è doveroso precisare che la diminuzione dei superamenti invernali non è da attribuire ad interventi delle istituzioni. Come si evince dal grafico realizzato con la preziosa collaborazione di Giorgio Minotti — con dati della centralina ARPA di Frosinone Scalo di gennaio 2026..... 👉
👉....pioggia e vento sono i principali alleati della qualità dell'aria, e la loro assenza coincide puntualmente con i picchi di PM10.
Nei giorni con precipitazioni o raffiche, le polveri crollano stabilmente sotto la soglia limite dei 50 µg/m³. Nei periodi di cielo sereno e assenza di vento, i valori esplodono fino ad oltre il doppio del limite consentito.
Il messaggio è inequivocabile: quando smette di piovere e il vento cala, le polveri prodotte dai riscaldamenti a biomassa si accumulano senza freno. Pioggia e vento non risolvono il problema — lo nascondono temporaneamente. Infatti, se le emissioni restano alte, basta qualche giorno di cielo sereno e assenza di vento, per tornare a respirare veleni.
[ NB: Chiunque potrà sottoscrivere la lettera già inviata 11/06/2026, con la propria intestazione ed inviarla agli indirizzi dei destinatari tramite la propria PEC ]
Di seguito la lettera inviata tramite PEC alla Regione Lazio
👇
❖Comitato Civico
Arcese
❖ Comitato NO
Biodigestori a Frosinone - Valle del Sacco
OGGETTO: Istanza formale per la revisione del Piano
Regionale di Risanamento della Qualità dell'Aria e per l’adozione di misure
strutturali basate su evidenze scientifiche aggiornate in materia di
contenimento delle emissioni di polveri sottili.
1. PREMESSA
I sottoscritti firmatari della presente,
trasmettono istanza formale ai sensi della L. n. 241/1990 e s.m.i., con
particolare riferimento al diritto di accesso e partecipazione al procedimento
amministrativo, e del D.Lgs. n. 155/2010 in materia di qualità dell'aria
ambiente.
Frosinone, - con soli 44.000 abitanti - si colloca
sistematicamente tra le città con il maggior numero di superamenti del valore
limite giornaliero di PM10 (50 µg/m³) sull'intero territorio nazionale. Nel
2023 e nel 2024 la centralina di Frosinone Scalo ha registrato ben 70 giorni
di sforamenti, superando città ben più grandi come Milano e intere aree della
Pianura Padana. Nel 2025, pur in presenza di un numero
minore di sforamenti (verosimilmente attribuibile alla variabilità delle
condizioni meteo), la situazione si conferma
grave. Anche la vicina Ceccano continua a registrare
dati estremamente critici a livello regionale
per quanto riguarda il PM10, con ben 79 giorni
di sforamenti nel 2024, ovvero più del doppio del
limite massimo consentito dalla normativa (fissato a 35 giorni).
La situazione nella Valle del Sacco, pur in presenza di un trend di
lungo periodo di lenta riduzione delle emissioni, resta molto grave,
specialmente in vista dei nuovi limiti per le PM10 e le PM2.5 che entreranno in
vigore nel 2030 a seguito della nuova direttiva europea sulla qualità
dell'aria. Le nuove soglie, molto più restrittive di quelle attuali, non sono
un capriccio del legislatore europeo ma riflettono l'obiettivo di avvicinare
progressivamente l'Europa ai parametri molto stringenti stabiliti dall'OMS, che
scaturiscono dagli aggiornamenti della letteratura scientifica in merito ai
pesantissimi danni sanitari dell’inquinamento atmosferico (280.000 decessi
prematuri l’anno stimati nell’UE - dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente).
Le istituzioni locali non perdono occasione
per sottolineare come la conformazione
orografica della Valle del Sacco giochi un ruolo di primo piano nel determinare
i livelli elevati di particolato atmosferico, in quanto non permetterebbe la
dispersione delle polveri in condizioni di scarsa ventilazione e in presenza
del fenomeno dell’inversione termica, che si verifica frequentemente nei mesi
invernali. Tuttavia, la presenza di fattori che impediscono la diluizione del
particolato non può certo giustificare l’inazione nei confronti di un problema
che ha un grave impatto sulla salute pubblica. Occorre dunque mettere in campo
misure efficaci in grado di abbattere le sorgenti emissive di particolato
atmosferico. Gli studi scientifici pubblicati da enti pubblici italiani — CNR,
ARPA Lazio, Università La Sapienza, ISPRA — forniscono delle chiare indicazioni
circa l’origine prevalente delle emissioni di PM.
2. EVIDENZE SCIENTIFICHE DISPONIBILI
Le seguenti fonti scientifiche documentano con
precisione le cause reali del PM10 invernale a Frosinone:
a) Studio ARPA Lazio + CNR + Università La Sapienza
(2024)
Pubblicato sulla rivista internazionale Urban
Climate, settembre 2024. In 18 mesi di campionamento su 12 siti della Valle
del Sacco, analizzando 94 campioni di PM10 per 77 parametri chimici, lo studio
conclude:
«Durante l'inverno, il riscaldamento domestico a
biomassa è stata la principale sorgente di PM10», utilizzando come
tracciante molecolare il levoglucosano, prodotto esclusivamente dalla
combustione di biomassa legnosa.
b) CNR-ISAC Aerolab — Misurazioni Black Carbon a
Frosinone Scalo (2019–2020)
Il CNR ha installato strumenti di misurazione del
Black Carbon accanto alla centralina ARPA di Frosinone Scalo, rilevando che
prima dell'avvio ufficiale dei riscaldamenti (novembre 2019) la quota di Black
Carbon da biomassa oscillava tra il 10 e il 25% del totale. Da metà novembre,
tale quota è salita ad almeno il 50% del PM10 totale.
Gli stessi ricercatori hanno posto la domanda: «È
possibile che la meteorologia cambi improvvisamente le caratteristiche del
PM10, come osservato dai primi di novembre?» — concludendo negativamente.
Secondo i dati dell'inventario nazionale ISPRA, il riscaldamento
domestico (in particolare la combustione di biomasse) è la prima fonte di
polveri sottili in Italia, arrivando a superare il 50% delle emissioni primarie
di PM10 a livello nazionale, a fronte di una quota vicina al 10% attribuibile
al traffico stradale. Quest’ultima peraltro è in calo
del 67,8% dal 1990, mentre le emissioni da combustione di biomasse per
riscaldamento sono invece aumentate del 33,7% nello stesso periodo.
d) ARPAE Emilia-Romagna — Piano Aria Integrato Regionale
2020
I fattori di emissione per impianto documentano
che: un caminetto aperto emette 860 g/GJ di PM10 (equivalente a 4.300
caldaie a metano); una stufa a legna 480 g/GJ (2.400 caldaie); una stufa
a pellet 76 g/GJ (380 caldaie); una caldaia a metano/GPL 0,2 g/GJ
(riferimento = 1).
La documentazione completa è disponibile sul sito di
ARPAE alla pagina indicata.
Fra le misure emergenziali finora adottate in caso
di sforamenti ripetuti dei limiti di PM10, quella più avvertita e pubblicizzata
dai media locali è il blocco periodico della circolazione veicolare. Sebbene si
tratti di una misura opportuna e utile per sensibilizzare la popolazione sulla
necessità di contenere l’uso del mezzo privato e ridurre l’inquinamento, è di
tutta evidenza che intervenire solo sul traffico privato non è sufficiente alla
luce delle evidenze scientifiche sopra richiamate, che individuano nella
combustione nel settore residenziale e dei servizi la sorgente di gran lunga
prevalente di PM10 primario. E’ pur vero che le ordinanze emergenziali emesse dai Comuni in
ottemperanza alle linee guida del PRQA regionale impongono restrizioni anche severe sull'uso dei riscaldamenti, quali
lo stop a camini aperti e impianti a biomassa a bassa efficienza, tuttavia ad
esse non viene dato il risalto che meritano, e restano sostanzialmente
disattese data la difficoltà di effettuare i dovuti
controlli all’interno delle abitazioni.
Ma il
problema reale non è tanto sulle misure emergenziali, quanto nella carenza di
misure strutturali in grado di ridurre le emissioni in modo significativo e permanente. Per questo riteniamo necessario mettere in campo
politiche più ambiziose in grado di aggredire
il problema seguendo le evidenze scientifiche, a partire dall’individuazione di
quelle iniziative che incidono sul settore del
riscaldamento domestico.
4. RICHIESTE FORMALI
Sulla base di quanto esposto, i sottoscrittori
chiedono formalmente:
●RECEPIMENTO DEI DATI SCIENTIFICI prodotti da CNR, ARPA Lazio, Università La
Sapienza e ISPRA nelle politiche ambientali locali e regionali.
●REVISIONE DEL PIANO REGIONALE DI RISANAMENTO
DELLA QUALITÀ DELL'ARIA per la
Valle del Sacco, con aggiornamento delle analisi delle sorgenti emissive alla
luce degli studi scientifici citati al punto 2, e con individuazione di
ulteriori misure che intervengano sul riscaldamento domestico a biomassa come fattore principale degli elevati
livelli di PM10 invernale.
●ATTIVAZIONE
DI INCENTIVI REGIONALI legati al
reddito per la sostituzione degli impianti di riscaldamento domestico a
biomassa obsoleti (stufe e caldaie con più di 10 anni di vita e fattori di
emissione superiori a 480 mg/Nm³) con sistemi moderni a basse emissioni,
privilegiando le pompe di calore, sul modello dei programmi già attivi in
Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte. Per il reperimento
delle risorse, la Regione dovrà poter attingere ai proventi del mercato dei
permessi di emissione di CO2 (ETS 2), ora esteso a riscaldamento e trasporti ai
sensi del Regolamento UE 2023/955.
●MONITORAGGIO
DELLE EMISSIONI E CENSIMENTO DEGLI IMPIANTI - si chiede:
(a) Adozione di un
sistema di misurazione in tempo reale della qualità dell'aria, in affiancamento
al sistema gravimetrico ufficiale, sul modello di quanto già in uso presso ARPA
Veneto, la cui strumentazione automatica opera in conformità alla norma UNI EN
16450:2017 con certificazione di equivalenza al metodo di riferimento. Tali
sistemi forniscono valori medi orari affidabili delle concentrazioni di
particolato, di grande utilità per l'informazione diretta alla popolazione sui
livelli di esposizione durante la giornata.
(b) Estensione della
misurazione delle PM2.5 presso la centralina ARPA di Frosinone Scalo,
attualmente non rilevate in quel punto critico, al fine di completare il quadro
epidemiologico dell'esposizione della popolazione.
(c) Istituzione e
aggiornamento del catasto elettronico degli impianti di riscaldamento nel
Comune di Frosinone, strumento indispensabile per la pianificazione degli
interventi di sostituzione e per la verifica dell'efficacia delle misure
adottate.
●ISTITUZIONE E / O
POTENZIAMENTO DEL SERVIZIO DI RACCOLTA DEGLI SFALCI E DEI RESIDUI VEGETALI NEI
COMUNI DELLA VALLE DEL SACCO
Nonostante i divieti vigenti, permane la pratica
dell’accensione di fuochi all’aperto di sterpaglie e residui vegetali, fonte
evitabile di emissioni inquinanti. Si chiede di potenziare la raccolta degli
sfalci presso le isole ecologiche, di rafforzare i controlli anche mediante
tecnologie avanzate, e di avviare campagne informative rivolte alla
cittadinanza sui danni provocati da questa pratica. Per tutte queste azioni
sarà opportuno istituire un coordinamento efficace fra i comuni della Valle del
Sacco.
●ANTICIPAZIONE
REGIONALE DELLA DIRETTIVA UE SULLE “CASE GREEN” (EPBD 2024/1275): si chiede alla Regione Lazio di anticipare,
nell’ambito delle proprie competenze in materia di qualità dell’aria e governo
del territorio, la progressiva decarbonizzazione dei sistemi di riscaldamento a
combustione a favore di pompe di calore e sistemi ibridi, e il principio delle
emissioni zero per le nuove costruzioni. Si tratta di una scelta pienamente
legittima — Lombardia ed Emilia-Romagna hanno anticipato analoghi obblighi
europei già dal 2016 — e che rappresenta una soluzione win-win-win: abbattimento
del PM10, riduzione delle emissioni climalteranti e risparmio duraturo in
bolletta, con benefici prioritari per le famiglie in povertà energetica.
●EROGAZIONE
DI FINANZIAMENTI MIRATI ALLA RIQUALIFICAZIONE ENERGETICA (cappotti, infissi, efficientamento) destinati all’edilizia
residenziale privata e pubblica, con l’obiettivo, per le famiglie a basso
reddito in abitazioni private, di coprire l'intervento fino al 100% per
azzerare la barriera del costo iniziale. Ai fini dell’abbattimento delle
emissioni di polveri sottili, la priorità negli interventi dovrà andare agli
edifici dotati di caldaia a gasolio centralizzata, più inquinanti degli
impianti a gas.
●SOSTEGNO
ALLE COMUNITÀ ENERGETICHE RINNOVABILI (CER) come
strumento di accelerazione dell’elettrificazione dei sistemi di riscaldamento:
le pompe di calore integrate in una CER possono concentrare i consumi nelle ore
di picco della produzione solare, riducendo i costi per i membri e abbattendo
la barriera economica all’installazione, con particolare beneficio per le
famiglie a basso reddito.
●MAPPATURA
A LIVELLO MUNICIPALE DEI FABBISOGNI TERMICI diretta a individuare i quartieri nei quali, anche in
funzione della penetrazione delle fonti rinnovabili nel territorio, è opportuno
pianificare la costruzione di reti di teleriscaldamento (alimentato da calore
di scarto, geotermia o grandi pompe di calore) e quelli che dovranno invece
puntare sull'elettrificazione decentralizzata (pompe di calore singole o
condominiali).
5. TERMINI DI RISPOSTA E RISERVE
Chiediamo che le Autorità destinatarie riscontrino
la presente istanza entro 30 giorni dal ricevimento, come previsto
dall’art. 2 della L. n. 241/1990, comunicando: l’avvenuta presa in carico delle
evidenze scientifiche segnalate; l’eventuale avvio di un procedimento di
revisione del Piano Regionale di Risanamento della Qualità dell’Aria; i tempi
previsti e il responsabile del procedimento competente.
In assenza di riscontro nei termini indicati, o in
presenza di una risposta che non tenga conto delle evidenze scientifiche
documentate, i sottoscrittori si riservano di segnalare la situazione alla
Commissione Europea — Direzione Generale Ambiente, nell'ambito delle
procedure di infrazione già avviate contro l'Italia per il sistematico
superamento dei limiti di concentrazione di PM10 ai sensi della Direttiva
2008/50/CE sulla qualità dell'aria ambiente. La Commissione ha già emesso
avvisi di infrazione nei confronti dell'Italia su questo specifico tema;
ulteriori segnalazioni documentate da parte di cittadini possono contribuire
all'accelerazione di tali procedure.
I dati scientifici disponibili rendono non più
rinviabile un intervento strutturale. La salute dei cittadini di Frosinone e
della Valle del Sacco non può continuare ad attendere mentre le cause reali
dell’inquinamento restano irrisolte.
Allegati
La documentazione scientifica di riferimento è
disponibile su: